Dopo il definitivo via libera da parte del Senato lo scorso 25 febbraio, il disegno di legge sulle unioni civili è approdato alla Camera ed entro la primavera, secondo le prime indiscrezioni, dovrebbe diventare ad ogni effetto una legge dello Stato.
L’iniziativa parlamentare, senza alcuna retorica, può definirsi storica, trattandosi del primo riconoscimento e regolamentazione delle unioni tra persone dello stesso sesso nel nostro Paese, per quanto il testo che sta per essere promulgato, per molteplici ragioni, non convince appieno.
In primo luogo, appare evidente che non ha molto senso garantire e tutelare tali relazioni, ancorché stabili, attraverso una mera equiparazione al matrimonio.
Il problema, infatti, non era soltanto la discussa stepchild adoption, prevista nella prima stesura del disegno di legge e depennata nel testo successivamente approvato da Palazzo Madama, ma più in generale quello di un impianto normativo che di fatto duplica il regime matrimoniale, senza tuttavia una preventiva riforma di questo istituto che, ad oggi, fino a prova contraria, altro non può rappresentare che un’unione tra un uomo e una donna.
In estrema sintesi il nostro legislatore, lungi dall’operare con coraggio la scelta di modificare l’istituto del matrimonio, conferendo la possibilità a chiunque di potervi accedere, si è solo limitato a riprodurne lo schema, come dimostrato peraltro dalla serie, non sempre chiara e forse non sufficientemente ponderata, di rimandi alla disciplina matrimoniale.
Né la scelta, peraltro scarsamente intelligibile e, se vogliamo, discriminatoria, di escludere l’obbligo di fedeltà nelle unioni tra persone dello stesso sesso può, in assenza di altri elementi distintivi, caratterizzare in via autonoma l’istituto rispetto alla più tradizionale relazione coniugale.
La sensazione è dunque quella di un compromesso “al ribasso”, raggiunto (peraltro neppure a larga maggioranza, quantomeno al Senato) dopo i numerosi provvedimenti giudiziali che a più riprese hanno evidenziato la sussistenza di un vuoto normativo non più tollerabile, dei moniti della Corte Costituzionale e della ferma condanna di Strasburgo al nostro Paese, il 21 luglio 2015, per aver violato la Convenzione dei diritti dell’uomo, che garantisce ad ognuno il diritto “al rispetto della vita familiare e privata”.
In altre parole, sembra quasi che l’iniziativa legislativa sia stata coltivata per oggettiva necessità, piuttosto che per reale convinzione.
In ogni caso, anziché scimmiottare l’istituto del matrimonio, che nel dibattito parlamentare ed extraparlamentare appare sempre più come il convitato di pietra, sarebbe stato certamente più logico e, per certi versi, più semplice promulgare una legge volta unicamente ad integrare quei diritti e quelle tutele che ormai da molti anni i tribunali riconoscono alle relazioni affettive stabili tra persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale, come in ultimo deciso anche dal Tribunale per i minorenni di Roma pochi giorni fa, consentendo l’adozione “incrociata” ad una coppia di donne rispettivamente madri naturali di due bimbe concepite con inseminazione artificiale.