Rappresentanza e cittadinanza per gli stranieri in Italia – 12 novembre 2009 –

Rappresentanza e cittadinanza costituiscono, in una società che possa realmente definirsi moderna, diritti da garantire senza esitazione – ovviamente a determinate condizioni – ad ogni membro attivo e dinamico della collettività. In tale ottica, le recenti esternazioni sul punto dell’On. Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati, hanno il pregio di ricondurre al centro del dibattito politico e istituzionale il tema, quanto mai centrale e attuale, dell’integrazione degli stranieri che si trovano nel nostro territorio.

Stando ai dati recentemente resi noti dal dossier curato dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes, infatti, sarebbero oltre quattro milioni gli immigrati regolarmente presenti in Italia che, allo stato, contribuiscono al nostro Pil in una misura prossima al 10% del totale.

Per comprendere appieno la portata del fenomeno migratorio e la sua crescita esponenziale, basti pensare che, attualmente, sul suolo italiano una persona su quattordici è straniera e che, solamente nell’anno 2006, gli immigrati presenti nella nostra penisola non superavano i tre milioni.

In un simile scenario, appare tutt’altro che trascurabile la tematica concernente l’acquisto da parte della popolazione immigrata, regolarmente presente sul territorio e integrata nella nostra collettività, della cittadinanza italiana.

Tale diritto, infatti, va necessariamente inteso quale elemento basilare di appartenenza a una comunità e, specularmente, quale tratto distintivo e discriminante fra il cittadino, ovvero l’individuo che partecipa attivamente alla vita della società di cui fa parte, e lo “straniero”.

Ciò posto, risulta facilmente intelligibile il fondamento giustificativo delle opinioni espresse da più parti in ordine alla necessità di rivedere l’impianto normativo vigente in materia di acquisto della cittadinanza, in una prospettiva di sostanziale emancipazione dell’immigrato dalla propria condizione di soggetto emarginato e discriminato.

E’ appena il caso di ricordare, infatti, che attualmente per lo straniero nato, cresciuto e residente nel nostro Paese è possibile divenire cittadino italiano solo al compimento della maggiore età, ovvero dopo aver atteso per ben diciotto anni il riconoscimento dello status di cittadino da parte di una comunità di cui egli stesso è inevitabilmente parte integrante.

Non si può tuttavia negare che la legislazione italiana, certamente fra le più vetuste e arretrate a livello europeo, non rappresenti altro che la concreta estrinsecazione di un atteggiamento di profonda riluttanza e diffidenza nei confronti dello straniero che alberga, purtroppo diffusamente, nella nostra società.

In tale prospettiva, è chiaro che un più agevole riconoscimento formale del diritto alla cittadinanza per l’immigrato regolarmente e stabilmente presente in Italia non può certamente rappresentare un traguardo, ma un punto di partenza sulla strada della piena integrazione, intesa quale processo già in atto e irreversibile.