Lo scorso sabato si è celebrata, come ogni anno, la festa della donna anche se, alla luce dei dati recentemente resi noti dal Viminale, sembra non vi siano per le donne italiane molte ragioni per festeggiare.
Nel nostro Paese nel 2013 sono state uccise ben 177 donne, vale a dire quasi una ogni due giorni. Un sensibile aumento rispetto alle 159 vittime del 2011, reso ancor più inquietante dalla progressiva diminuzione del numero degli omicidi; lo scorso anno, ad esempio, si è registrato un calo generalizzato del numero degli omicidi (di 501 nell’anno 2013) rispetto ai dodici mesi precedenti (528), contrariamente a quanto è avvenuto per i femminicidi. Una triste tendenza, quella dell’aumento crescente degli episodi di violenza contro le donne, che sembrava smentita dai primi due mesi del 2014 ma che, purtroppo, è stata prontamente confermata dai primi giorni del corrente mese di marzo, in cui sono state uccise ben 7 donne (di cui addirittura due proprio nella giornata dell’8 marzo).
Nella stragrande maggioranza dei casi, questi atti di violenza si consumano all’interno del nucleo familiare e molto spesso gli episodi più sanguinosi e cruenti sono preceduti da soprusi e maltrattamenti quotidiani, generalmente taciuti e quasi mai denunciati dalle dirette interessate. Si stima, infatti, che oltre il 34% delle donne vittime di violenze domestiche rimanga in silenzio, il 28% ne parli appena e solo il 7% decida denunciare il proprio familiare-aguzzino.
Ridurre il tutto a questioni di particolare degrado e disagio sociale, come molto spesso avviene, è però un’approssimazione evidente, posto che la condizione della donna rappresenta un problema ben più complesso, ampio e articolato, che peraltro in Italia ha radici lontane. Non si può negare, infatti, che la nostra sia sempre stata una società tradizionalmente patriarcale, per non dire maschilista.
Valga rammentare, a tale proposito, che solo nel 1975, anno in cui è stato riformato il diritto di famiglia, vi è stata un’effettiva parificazione tra i coniugi. Fino a quel momento, difatti, la donna era costretta a vivere nella residenza scelta dal marito e poteva da quest’ultimo essere addirittura esclusa dalle decisioni relative alla prole, essendo la potestà sui figli propria soltanto dell’uomo.
La donna, in altri termini, viveva una condizione di assoluta subordinazione, finanche economica, rispetto all’uomo, vero e proprio monarca della famiglia.
Ancora oggi, peraltro, in ambito lavorativo la donna riesce ad emergere con maggiori difficoltà; in media, infatti, le donne guadagnano meno degli uomini e, in termini assoluti, reperiscono con maggiore difficoltà un’occupazione.
Sotto tale profilo, peraltro, le donne che vivono nel nostro Paese appaiono ancor più penalizzate rispetto al resto d’Europa. Poco più della metà delle donne italiane fa parte della forza lavoro, contro una media europea del 62%. In paesi come la Svezia o la Germania, le cui economie sono notoriamente caratterizzate da ben altri tassi di crescita rispetto a quello nostrano, il tasso di occupazione femminile supera abbondantemente il 70%.
Appare lecito affermare, alla luce di ciò, che anzichè di nuove disposizioni normative, il nostro Paese avrebbe più urgente bisogno di un radicale mutamento culturale, in difetto del quale ogni tentativo di promuovere “per legge” una parità effettiva tra i sessi è destinato certamente a naufragare.