La crisi della giustizia civile rappresenta per il nuovo Esecutivo e, sopratutto, per il neo Guardasigilli una delle problematiche più incombenti e ostiche da risolvere. In gioco, come ha evidenziato il Presidente del Consiglio non c’è solo la competitività dell’Italia. Oltre a condizionare negativamente gli investimenti stranieri e le prospettive di crescita del Paese, infatti, un processo civile che non funziona viola uno dei diritti principali del cittadino, vale a dire quello di chiedere ed ottenere giustizia in tempi ragionevoli.
Un ripensamento dell’intero sistema giudiziario appare ormai a tutti, come una necessità non più procrastinabile. Ad ogni modo, per quanto sia largamente diffusa e generalizzata un’esigenza di cambiamento, non vi è altrettanta condivisione in ordine alle modalità attraverso cui l’auspicata inversione di rotta dovrebbe concretizzarsi nè, per altri versi, i rimedi sinora individuati dal legislatore sono parsi efficaci. Le riforme susseguitesi nel corso degli ultimi anni sono risultate inadeguate a risolvere gli atavici problemi della giustizia civile. Le scelte opinabili e del tutto autoreferenziali del legislatore, nonchè una propensione alla litigiosità della popolazione che non ha quasi eguali nel resto d’Europa, hanno reso il nostro processo civile un vero e proprio strumento di iniquità.
Una sentenza che giunge a distanza di molti anni dall’avvio del procedimento è difatti una rappresentazione plastica di somma ingiustizia, a prescindere dalla correttezza o meno della decisione sul piano tecnico – giuridico. Si aggiunga poi che nel corso degli anni, oltre ai tempi medi di definizione di una controversia, sono paradossalmente aumentati in maniera esponenziale anche i costi a carico del malcapitato cittadino.
Con la progressiva soppressione della c.d. “giustizia di prossimità”, la (re)introduzione della mediazione obbligatoria, gli aumenti dei contributi unificati e delle marche da bollo, sembra quasi che il nostro legislatore intenda riformare la giustizia civile su base censitaria. In altri termini, il processo civile costa sempre di più e funziona sempre peggio.
Una conferma in ordine alla fondatezza di questo (assai pessimistico) assunto sembre giungere, peraltro, anche dal recente disegno di legge di delega al Governo, recante disposizioni per l’efficienza del processo civile e la riduzione dell’arretrato. Se la bozza dovesse tradursi in legge, tra le altre cose, al giudice sarà riconosciuto il potere di decidere una controversia di primo grado mediante il solo dispositivo, accompagnato da una sintetica indicazione dei fatti e delle norme sulle quali la decisione fonda, riconoscendo alle parti il diritto di richiedere la motivazione estesa ai fini dell’impugnazione della sentenza, previo versamento di una quota del contributo unificato dovuto per il grado successivo.
In estrema sintesi, la parte soccombente in primo grado dovrebbe pagare solo per capire perchè ha perso la causa. Con buona pace del principio costituzionale di necessaria motivazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali.