Le celle scoppiano e Strasburgo condanna – 6 giugno 2013 –

Per quanto sia noto pressochè a tutti che la situazione carceraria in Italia è ormai divenuta una vera e propria emergenza nazionale, non si può non rimanere quantomeno sconcertati dinanzi alle innumerevoli strigliate che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da tempo sistematicamente riserva al nostro Paese. I giudici di Strasburgo questa volta hanno respinto la richiesta di riesame presentata dall’Avvocatura dello Stato avverso una sentenza dello scorso gennaio, divenuta quindi definitiva, che aveva condannato l’Italia a risarcire taluni soggetti detenuti nei penitenziari di Busto Arsizio e Piacenza. Le ragioni alla base di questo, come di altri provvedimenti di condanna emessi nei confronti dello Stato italiano, sono sempre le medesime, vale a dire i trattamenti inumani e degradanti a danno della popolazione detenuta. Non ricorre a nessun eufemismo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: il sovraffollamento carcerario in Italia costituisce una palese violazione dei diritti umani. La condanna, grave per qualsiasi nazione che abbia l’ardire di definirsi civile, è davvero intollerabile per il Paese che, quasi tre secoli or sono, diede addirittura i natali a Cesare Beccaria, autore di uno scritto conosciuto in ogni angolo del mondo che, ancora ai giorni nostri, è forse considerato il più nobile e significativo manifesto contro ogni forma di tortura e maltrattamento. A ogni modo, non si può negare che le cifre destino non poca preoccupazione e non consentano l’utilizzo di perifrasi: nelle nostre strutture detentive sono recluse, a oggi, 65.886 persone, a fronte di una capienza massima regolamentare che non potrebbe superare le 46.995 unità. In pratica, nei duecentosei istituti di pena italiani sono rinchiusi quasi ventimila uomini in più rispetto a quelli che, di regola, dovrebbero esservi ospitati. Gli interventi di edilizia carceraria, da più parti invocati, non sarebbero tuttavia, per quanto necessari, sufficienti a risolvere il problema. Il sovraffollamento dei nostri istituti di pena, infatti, rappresenta un effetto e non la causa della crisi di un sistema penitenziario obsoleto che, di fatto, non conosce misure alternative alla detenzione. Inoltre, non si può non rilevare che poco meno della metà dell’intera popolazione reclusa (si parla, all’incirca, del 40% del totale) è in attesa di giudizio: in altri termini, più di un detenuto su tre è attualmente chiuso in cella prima ancora dell’emissione di una condanna definitiva e sconta una pena non ancora comminata, con buona pace del principio di presunzione di innocenza, garantito dall’art. 27 della nostra Costituzione, e delle logiche di graduazione delle misure cautelari di cui all’articolo 275 del codice di procedura penale. Per evitare l’onta di ulteriori condanne da Strasburgo e, sopratutto, per restituire dignità umana alla popolazione reclusa, non bastano interventi strutturali, ma urge ripensare nel suo complesso il nostro sistema detentivo.