Giustizia, l’Europa bacchetta l’Italia per i “processi lumaca” – 19 marzo 2015 –

La Commissione Europea nei giorni scorsi è tornata ancora una volta a bacchettare l’Italia per l’annoso problema dei “processi lumaca”.
Dall’analisi del Rapporto Annuale sullo stato della giustizia in Europa, è emerso, infatti, che i nostri procedimenti nelle materie civili e commerciali, con una durata media di 608 giorni, risultano attualmente tra i più “lenti” in ambito comunitario.
Riescono a fare peggio di noi solo Malta e Cipro, paesi che, con tutto il doveroso rispetto, non possono certamente rappresentare utili parametri di riferimento in materia.
Il confronto con gli altri stati dell’Unione è davvero infelice, per non dire impietoso: per definire un procedimento in Francia, difatti, occorrono all’incirca dieci mesi e in Germania la media è di 192 giorni.
In pratica, un’impresa, un artigiano o, molto più semplicemente, un qualsiasi cittadino che “chieda” giustizia in Italia è condannato ad un’attesa che è pari ad oltre il triplo del tempo che sarebbe necessario in Germania.
Si consideri, inoltre, che la velocità dei processi è chiaramente uno dei fattori chiave da cui dipende l’efficacia dell’intero sistema.
Una sentenza che giunge dopo anni di attesa, anche se ineccepibile sotto il profilo formale e sostanziale, è di per sé ingiusta ed inadeguata a rendere giustizia perché non garantisce minimamente l’effettività della tutela giurisdizionale.
Un processo che non funziona, peraltro, non comprime solo un diritto inviolabile del cittadino (ovvero quello di chiedere e ottenere giustizia in un tempo ragionevole), ma disincentiva ogni forma di investimento dall’estero e, soprattutto, mina profondamente il tessuto economico e sociale.
Le inefficienze della giustizia logorano difatti il senso stesso delle regole, cioè a dire la consapevolezza dell’obbligatorietà delle stesse. Se lo strumento processuale non funziona, la norma giuridica perde la sua valenza “precettiva” e diviene, per contro, meramente “indicativa”. In altri termini, vengono minate le basi di ogni convivenza civile.
Appare dunque evidente, con un minimo di realismo e di buon senso, che le cause della crisi (non soltanto economica, ma anche culturale) che sta da anni sta funestando l’Italia sono strettamente correlate alla mancanza di riforme adeguate, prima fra tutte quella della giustizia.
L’enorme mole di contenzioso pendente, i tanti (troppi) “riti”, le schizofreniche modifiche procedurali che il nostro legislatore ciclicamente introduce, le criticità strutturali ed organiche dei nostri uffici giudiziari e, soprattutto, la moltitudine di leggi attualmente in vigore sono solo alcuni dei mali che, ormai da tempo immemore, affliggono il nostro processo civile.
Appare quindi necessaria una riforma complessiva della giustizia, perché i singoli interventi susseguitisi nel corso di questi anni, spesso in maniera confusa e disorganica, sono risultati poco incisivi, se non addirittura deleteri.