Il cyberbullismo, vale a dire tutte quelle azioni persecutorie attuate via Internet da uno o più individui a danno di altri, è un fenomeno che continua a dilagare in maniera inquietante.
Certo, le potenzialità comunicative che la rete offre sono enormi, ma altrettanto ampie sono le distorsioni che si possono generare mediante un utilizzo improprio della stessa.
Un social network o, più in generale, una piattaforma web è certamente un mezzo utile a favorire l’incontro tra persone ma, al contempo, può rappresentare un luogo ove è di fatto consentita la divulgazione di espressioni o immagini lesive senza alcun filtro preventivo.
La diffusione di materiale diffamatorio è idonea, peraltro, ad esporre un soggetto al pubblico ludibrio ad imperitura memoria, perché la rete non dimentica. Mai.
Al di là delle note problematiche connesse alla possibilità di richiedere ed ottenere, ad esempio da parte della piattaforma “social”, la rimozione di un contenuto lesivo in tempi brevi, è la consapevolezza della indelebilità dell’offesa a rappresentare per la vittima di molestie informatiche il tormento maggiore.
Il punto è proprio questo. Non è lo strumento in sé ad essere buono o cattivo, ma l’utilizzo che gli utenti di ogni età, e non soltanto i minori, ne possono fare. In questa prospettiva, ridurre il cyberbullismo ad un fenomeno prettamente adolescenziale, come da molti ritenuto, è un’approssimazione evidente.
Il dramma di recente consumatosi in provincia di Vercelli, dove un ragazzo di ventisei anni si è tolto la vita dopo avere subito molestie e vessazioni sulle pagine di un noto social network, o lo sconcertante episodio di Andria, ove in questi giorni un disabile è stato legato ad un albero ed immortalato in una foto che ha fatto il giro del web, testimoniano inequivocabilmente che si tratta di un problema che, pur essendo particolarmente diffuso e di certo più allarmante tra i giovanissimi, varca i confini di ogni generazione.
Ecco quindi che l’iniziativa legislativa attualmente in attesa di essere vagliata dalla Camera dopo un primo via libera da parte del Senato, tutelando solo i minori di età, può rappresentare al più un punto di partenza, ma certamente non la panacea di ogni male.
Al di là della tutela cautelare atipica sul piano civilistico, ritenuta applicabile da taluni tribunali di merito, e della possibilità di ricondurre tali vessazioni nell’alveo dei tradizionali reati contro la persona sotto il profilo penalistico, appare evidente che ad oggi non esistano adeguate forme di tutela e di contrasto del fenomeno.
L’eterogeneità e la relativa novità del cyberbullismo, oltre alle note difficoltà di regolamentare l’utilizzo delle piattaforme web, non rendono infatti agevole il compito del legislatore, né di quanti sono chiamati ad applicare la legge.
Ad ogni modo, oltre ad un’efficace tutela normativa, ciò che certamente manca è una corretta educazione all’utilizzo degli strumenti informatici.
Prima che nelle aule di tribunale, la battaglia contro un fenomeno di questo tipo va difatti condotta nelle scuole e, soprattutto, tra le mura domestiche, anche perché lo stesso “bullo”, a sua volta, altro non è che una vittima, più o meno consapevole, delle proprie frustrazioni e debolezze.