L’infelice sortita del Ministro dell’Interno che, nell’invitare prefetti e questori a rafforzare i controlli contro l’abusivismo sulle spiagge, ha utilizzato una formula sgradevole e desueta per definire le migliaia di migranti che affollano quotidianamente i nostri litorali, rischia di far perdere di vista il senso e l’importanza dell’operazione “Spiagge sicure”, avviata in questi giorni dal Viminale.
Al di là della tempistica, abbastanza singolare per una campagna estiva, appare evidente che la contraffazione rappresenti ormai una piaga per l’economia italiana e il nostro “made in Italy”, sia in campo nazionale che internazionale.
Attaccare però l’ultimo anello della catena commerciale, vale a dire quei migranti che tra gli ombrelloni propongono prodotti contraffatti, è senz’altro un’approssimazione evidente, una semplificazione ad uso e consumo di quanti ignorano – o fingono di ignorare – che il vero problema non è rappresentato dall’extracomunitario in sé (il quale, in ogni caso, pone in essere una condotta illecita), bensì da chi alimenta questo mercato “parallelo”.
Per comprendere le reali dimensioni del fenomeno si consideri che dal 1 gennaio 2013 al 30 giugno 2014 sono stati complessivamente sequestrati oltre 87,5 milioni di prodotti oggetto di contraffazione. Quasi un terzo di questi beni (circa 25,5 milioni) appartengono al settore dell’abbigliamento e della moda (tessile, pelletteria, calzature); il restante è rappresentato da giocattoli (16,5 milioni) e prodotti del comparto cd, dvd e software (8,7 milioni).
L’Italia è attualmente il primo Paese in Europa come consumatore di beni contraffatti: almeno un italiano su quattro ha compiuto, infatti, negli ultimi dodici mesi un acquisto consapevole di tali merci.
La contraffazione nel nostro Paese vale ogni anno una cifra che oscilla tra i 3,7 e i 7,5 miliardi di euro: si stima che se in luogo di tali prodotti fossero collocati sul mercato beni “originali”, la produzione aggiuntiva farebbe registrare un aumento di circa 14 miliardi di euro, con la conseguente creazione di almeno 110mila nuovi posti di lavoro a tempo pieno.
In pratica, l’equivalente di una buona manovra di Governo, senza troppe alchimie e senza richiedere alcun sacrificio ulteriore ai cittadini in termini di nuove imposizioni fiscali, mediante la sola valorizzazione del “made in Italy”, una rara risorsa sociale e culturale per il nostro Paese in un mondo sempre più uniforme e globalizzato.
Nel corso degli anni, purtroppo, un simile patrimonio è stato custodito tutt’altro che gelosamente.
Il nostro legislatore, infatti, non è stato ancora in grado di elaborare un concetto unitario di “made in Italy” dotato di una propria fisionomia giuridica e capace di garantire uniformità di disciplina in ogni settore.
In altre parole, per combattere l’abusivismo e la contraffazione non bastano controlli severi in spiaggia, ma è necessario in primo luogo tutelare la produzione italiana attraverso leggi chiare ed adeguate.