Ancora un anno caratterizzato da (molte) ombre e da (pochissime) luci. Questo in estrema sintesi l’andamento del mercato del lavoro nella nostra Regione che emerge sulla base dei dati elaborati nel recente Rapporto Annuale 2017, curato dall’Osservatorio regionale marchigiano del Mercato del Lavoro.
Se, da un lato, alcuni segnali positivi giungono dal rilevato, per quanto modesto, aumento del PIL nel 2016, dalla crescita dei consumi delle famiglie e dalle esportazioni, elementi che testimoniano una certa vitalità della nostra economia, dall’altro non possiamo certamente rallegrarci per l’andamento negativo dell’occupazione regionale (-0,8% rispetto all’anno precedente), né tantomeno per la crescita del numero delle persone in cerca di occupazione (+6,5%).
Per non parlare del numero delle assunzioni, in diminuzione complessivamente del 5,7% rispetto al 2015, con picchi di decrementi soprattutto in relazione alle fasce di età 35-44 anni (-10,4%) e 25-34 anni (-8,4%). Percentuali che si traducono, in termini numerici, in ben 34mila assunzioni in meno registrate nel 2016 rispetto al 2010 nella fascia dei lavoratori tra i 25 e i 44 anni.
La situazione non migliora se si considera il tasso di disoccupazione (+0,6% rispetto al 2015), ormai attestato al 10,6%. Un dato abbastanza allineato alle altre regioni del Centro e in ogni caso analogo a quello del Paese, ove il tasso di disoccupazione, secondo le ultime elaborazioni Istat relative al mese di giugno 2017, è pari all’11,1%.
In un contesto come quello che stiamo vivendo è lecito domandarsi se il lavoro può ancora essere ritenuto il fondamento della nostra Repubblica, come enfaticamente recita l’articolo 1 della Costituzione o piuttosto debba essere considerato alla stregua di un privilegio per pochi e di un’utopia per molti.
Ovviamente non si ha la pretesa di ritenere che il lavoro possa essere creato con disposizioni di legge, tuttavia è innegabile che queste possono favorire e stimolare le condizioni più idonee alla creazione di opportunità occupazionali, non soltanto come “strumenti” utili a garantire il benessere economico, ma anche come mezzi attraverso cui ogni cittadino può affermare la propria personalità e garantire il funzionamento dell’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
In altri termini, è tempo che venga restituita finalmente centralità all’economia reale, che in Italia e nella nostra Regione in particolare sta vivendo dall’inizio della crisi economica una fase di contrazione tutt’altro che irrilevante, destinata non certamente a migliorare nel prossimo futuro in difetto di interventi incisivi.
Basti pensare che il protrarsi di un contesto economico caratterizzato da una crescita debole e incerta come quella attuale ha assestato, nel 2016, un ulteriore duro colpo al tessuto imprenditoriale marchigiano. Il numero di imprese attive, infatti, è diminuito su base annua di un punto percentuale rispetto al 2015 (siamo passati da 152.365 a 150.877 unità) e di ben il 5,4% rispetto al 2010.
Per non parlare delle imprese artigiane, storicamente sempre molto attive nella nostra Regione ma attualmente in grande crisi.
Nel 2016 le imprese artigiane cessate nelle Marche sono state 3.678, a fronte di 2.720 nuove attività avviate. Il tasso di crescita della base imprenditoriale artigiana della regione è dunque pari al -2,02% rispetto all’anno precedente; un dato addirittura peggiore rispetto a quello nazionale, dove tale indicatore nell’ultimo anno è sempre negativo, ma sensibilmente più contenuto (-1,16%).
In definitiva, è tempo che la tutela del lavoro e con esso dell’iniziativa economica privata, valori certamente non antagonisti ma complementari, tornino a condizionare realmente e a qualunque latitudine le scelte politiche. Solo mediante una vera opera di semplificazione normativa, tagli alla burocrazia e progressive diminuzioni del peso fiscale, soprattutto per le imprese, si può pensare di invertire una rotta che sta conducendo il nostro Paese verso la marginalità economica e competitiva.