Via libera al “redditometro”, strumento che dovrebbe segnare un definitivo cambio di marcia nella lotta all’evasione fiscale.
La possibilità di verificare concretamente la congruenza tra spese sostenute nel corso del periodo d’imposta e reddito dichiarato dal contribuente rappresenta, infatti, l’esercizio di un potere senza precedenti per l’Agenzia delle Entrate.
Superate, grazie alle indicazioni fornite dal Garante della protezione dei dati personali con parere del 21 novembre 2013, talune delle maggiori criticità dell’originaria formulazione, peraltro messe in evidenza anche dalla giurisprudenza di merito, sono di recente partiti i primi accertamenti relativi all’anno di imposta 2009.
Il “nuovo” redditometro, in linea con le precisazioni del Garante, considererà unicamente le spese certe (non più presunte e/o figurate, sulla base delle medie risultanti dall’indagine annuale Istat sui consumi delle famiglie) ai fini della valutazione della congruenza del tenore di vita rispetto al reddito dichiarato, tenendo in debita considerazione l’effettiva composizione del nucleo familiare del contribuente.
Fermo restando il rilievo tutt’altro che marginale degli apprezzabili miglioramenti apportati allo strumento di indagine, residua tuttavia più d’una perplessità in ordine alla compatibilità di un potere di controllo così penetrante con il diritto alla riservatezza e all’intimità familiare dell’individuo (persona, prima ancora che contribuente).
Al di là della valenza in un certo senso simbolica del redditometro (secondo le stime dell’Agenzia delle Entrate, infatti, saranno all’incirca ventimila gli accertamenti che partiranno quest’anno), è evidente che un potere indiscriminato e generalizzato di accesso ai dati personali e familiari di una persona mal si concilia con i nostri principi giuridici, costruiti sulla centralità e inviolabilità dell’individuo.
In pratica, una sorta di inquisizione fiscale nei confronti di tutti i contribuenti, evidentemente considerati dallo Stato come potenziali (per non dire presunti) trasgressori.
Il pagamento di un tributo, pur non essendo un esercizio piacevole, risulta necessario per consentire allo Stato di garantire i servizi di cui ognuno può godere. Questa consapevolezza dovrebbe essere più che sufficiente per radicare in capo ad ogni persona di buon senso il convincimento che tutti i cittadini, proporzionalmente alla propria capacità contributiva, sono tenuti a svolgere un ruolo attivo nell’attuazione di molti dei diritti che ogni giorno esercitiamo.
Non è in discussione, pertanto, l’importanza dell’imposizione fiscale e, al contempo, l’intollerabile ingiustizia sul piano economico e sociale di ogni forma di evasione ma appare quantomeno discutibile la scelta di legittimare una tale compressione dei diritti dell’individuo finanche in difetto di una specifica indagine e, quindi, di un’adeguata giustificazione sotto il profilo della ragionevolezza e della proporzionalità rispetto alle finalità perseguite.