Volendo individuare un comune denominatore dei provvedimenti legislativi attuati e quelli ben più numerosi per ora semplicemente annunciati a seguito dei terremoti del 24 agosto e 30 ottobre dello scorso anno, senza dubbio potremmo dire che lo stesso è rappresentato dalla dichiarata necessità di una ricostruzione rapida attraverso procedure assolutamente trasparenti.
È su questo presupposto, ad esempio, che è stato siglato il 28 dicembre dello scorso anno l’accordo tra l’Anac o per meglio dire il suo Presidente, il Commissario del Governo, del quale, come si sa, in queste ore si sta discutendo della sua sostituzione, e l’amministratore delegato di Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa).
Le finalità dell’intesa erano e sono quelle di espletare una serrata attività “per l’esercizio dei compiti di alta sorveglianza e di garanzia della correttezza e della trasparenza delle procedure connesse alla ricostruzione pubblica post-sisma”.
Tuttavia ad oggi la ricostruzione è in evidente ritardo.
Un dato, che tra gli altri colpisce maggiormente, è quello relativo alla rimozione delle macerie e, per altri versi, la consegna delle famose “casette”.
Secondo stime del cui fondamento non è dato di dubitare, il 92% dei detriti causati dalle scosse è ancora presente sui luoghi colpiti dagli eventi sismici, e al contempo soltanto il 10% circa delle 3.620 casette previste sono arrivate nei luoghi in cui devono essere collocate e di queste unicamente una parte risultano essere funzionanti ed abitate. Peraltro, i lavori di ricostruzione sono iniziati per pochissimi edifici.
In buona sostanza, siamo ancora in alto mare e realisticamente non è dato di intravedere la fine del tunnel, il cui percorso appare sempre più impervio e lungo considerando la complessità delle procedure caratterizzate da un burocratismo esasperato.
In definitiva, ciò che è sotto gli occhi di tutti è che contrariamente da quanto auspicato, ma diciamo anche più chiaramente promesso, una ricostruzione veloce è pressoché impossibile.
D’altra parte, come risulta evidente anche dai sopralluoghi con procedura FAST (Fabbricati per l’Agibilità Sintetica post-Terremoto), sono pochi gli edifici per i quali è possibile un ripristino rapido.
Come è stato ben evidenziato, tra gli altri anche da taluni ordini professionali di architetti, ingegneri e geologi, oggi bisogna acquisire una concezione innovativa della ricostruzione che non può essere attuata se non previo studio del territorio finalizzato alla realizzazione di un patrimonio edilizio che sia in grado di resistere ad eventi futuri che purtroppo potrebbero realisticamente interessare le zone sismiche.
Avendo ben chiara la situazione e quindi anche le obiettive difficoltà di ripristino delle condizioni pre-terremoto, la rabbia soprattutto dei diretti interessati è principalmente dovuta alla vacuità delle promesse, quelle che hanno alimentato delle ingiustificate aspettative.
D’altra parte, le tragiche esperienze del passato avrebbero dovuto quantomeno indurre ad una maggiore cautela, essendo noto che la ricostruzione è un’attività composita la cui attuazione richiede non soltanto lo stanziamento di fondi. Non si spiegherebbe diversamente il mancato completamento della ricostruzione a distanza di trentasette anni dal terremoto in Irpinia e di otto anni da quello de L’Aquila.
Secondo le stime dell’associazione nazionale dei costruttori, dal 1968 e senza considerare gli ultimi stanziamenti, sono stati investiti 180 miliardi per riparare i danni del terremoto.
Ne sarebbero bastati 100 per un restyling generale di tutto il Paese.
Inoltre l’Istat, in un rapporto del 2015, sottolinea che il 18% degli edifici in Italia è costruito abusivamente; una percentuale che in alcune aree del Sud sale del 40%. Un tema quest’ultimo che verosimilmente impegnerà i dibattiti sul caso del terremoto di Ischia di pochi giorni fa, la cui contenuta magnitudo (4.0) si pone in contraddizione con il numero delle vittime e l’entità dei danni.
Ecco quindi che ciò di cui principalmente abbiamo necessità, questa sì con assoluta urgenza, è una nuova cultura della ricostruzione sempre più coniugata con quella della prevenzione.