Le barche della morte, un problema che deve coinvolgere l’Europa – 3 luglio 2014 –

La morte di quarantacinque migranti su un barcone in navigazione nel Canale di Sicilia, individuato e soccorso dalle navi della Marina Militare Italiana, è solo l’ultimo atto di una terribile tragedia che, nella sua rappresentazione ormai quotidiana, per certi versi sembra non fare più notizia e non suscitare eccessivo clamore.

Il dramma di migliaia e migliaia di uomini e donne spinti dalla necessità ad affrontare un viaggio della speranza in mare aperto in condizioni estreme, rischiando (e non di rado perdendo) la vita, non smuove più di tanto né i mezzi di informazione, né l’opinione pubblica.

Nei primi sei mesi del 2014, infatti, il numero dei migranti giunti in Italia via mare ha praticamente già eguagliato il precedente record annuale, registrato nel 2011, di 63 mila arrivi. Secondo le ultime rilevazioni, da gennaio ad oggi sono difatti sbarcati in Italia circa 62 mila stranieri: in media, 350 al giorno. Numeri che rendono sempre più realistica la stima di oltre 100 mila sbarchi per la fine dell’anno in corso, vale a dire l’equivalente degli abitanti del nostro capoluogo regionale.

Ritenere il servizio di pattugliamento e di soccorso dei profughi in mare affidato alla Marina Militare responsabile di questa ondata di arrivi, come da più parti sostenuto, appare tuttavia un’approssimazione evidente.

Non è tanto la (presunta) consapevolezza che arrivare in Italia via mare, grazie al presidio delle coste da parte della nostra Marina, sia meno complicato, quanto piuttosto una situazione sempre più insostenibile in paesi come la Libia, le zone sub-sahariane e, soprattutto, la Siria a spingere verso le nostre coste un flusso continuo e crescente di migranti che – è bene tenerlo a mente – sono esseri umani e, in quanto tali, soggetti aventi pieno diritto, in linea con i principi della nostra Costituzione, di fruire di tutte quelle prestazioni indifferibili e urgenti (ivi comprese il soccorso e le cure), al pari di qualsiasi cittadino italiano.

Non vi possono dunque essere atteggiamenti istituzionali differenti rispetto al flusso del migranti.

Il punto centrale della questione è però un altro: il problema deve seriamente assumere una dimensione europea, in quanto l’Italia per le migliaia di uomini e donne in fuga dai rispettivi paesi non rappresenta altro che la frontiera meridionale dell’Unione Europea.

Il nostro Paese non può sottrarsi ai propri doveri e non può certamente disattendere i valori ed i principi solidaristici su cui il nostro ordinamento giuridico è fondato, ma la tutela e l’assistenza dei profughi che giungono presso le nostre coste deve essere un problema non soltanto dell’Italia, ma di tutta l’Unione Europea.

In questa prospettiva, il manifestato intento di Jean-Claude Juncker, prossimo presidente della Commissione europea, di inserire nella squadra per il nuovo Esecutivo Ue un commissario speciale dedicato alle migrazioni sembra un primo segnale positivo. Si spera soltanto che non resti l’unico.