Le difficoltà economiche nell’ambito di un nucleo familiare rappresentano, com’è noto, una tra le prevalenti, ovvero più ricorrenti ragioni di dissidio coniugale.
Se da un lato è certamente vero che non esiste alcun nesso tra la ricchezza e la felicità di una coppia, dall’altro non v’è dubbio che i problemi economici accrescano sensibilmente le incomprensioni e le tensioni tra i coniugi.
Desta una certa sorpresa, quindi, scoprire che, in un momento particolare come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da una congiuntura economica straordinariamente negativa, le crisi matrimoniali diminuiscano anziché aumentare.
Come confermato dalla Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2012 del Primo Presidente della Corte di cassazione, Ernesto Lupo, presentata in occasione dell’anno giudiziario 2013, stiamo assistendo ad una tangibile riduzione delle controversie civili relative allo stato patologico del rapporto matrimoniale: nell’anno appena trascorso sono diminuiti, infatti, tanto i divorzi (si parla di un calo del 12% per i procedimenti consensuali e del 2,4% di quelli giudiziali) quanto le separazioni (-17,4% per le consensuali e – 6,1% per le giudiziali).
Per comprendere quanto il dato attuale risulti in controtendenza rispetto al più recente passato, è sufficiente rilevare che, secondo gli ultimi dati Istat, l’instabilità coniugale è parsa una fenomenologia sempre più diffusa nel nostro Paese nel corso dell’ultimo decennio, benché il numero di scioglimenti delle unioni matrimoniali in Italia sia stato sempre piuttosto esiguo rispetto alla maggioranza degli altri paesi europei.
Nel solo anno 2010 si sono registrati, infatti, 54.160 divorzi; la crescita, rispetto all’anno 2000, è stata del 44,1%. Rilevante, per altri versi, anche il numero delle separazioni: nel 2010 sono state 88.191, il 22% in più rispetto a quelle registrate dieci anni prima.
La situazione della nostra Regione riflette il trend nazionale: nell’anno 2012 si è registrata una diminuzione, per quanto poco accentuata, sia delle separazioni (dalle 2.220 del 2011 si è passati alle 2.120 del 2012) che di divorzi (da 1.288 a 1.263).
Non occorre un grosso sforzo per individuare nelle crescenti difficoltà economiche le cause principali di una simile inversione di tendenza.
La veridicità dell’assunto, apparentemente molto contraddittorio, è agevolmente comprovabile: promuovere un giudizio di separazione o di divorzio implica costi non trascurabili e, quando le risorse economiche non abbondano, anche litigare può divenire un lusso per pochi.
Alle necessarie spese legali, si aggiungono, infatti, i costi per l’acquisto o la locazione di una nuova abitazione, le eventuali spese di mantenimento e, più in generale, ogni onere essenziale per mantenere due nuclei familiari disgiunti. Il tutto con un’immutata (ma sempre più inidonea) capacità patrimoniale. Ecco quindi che, in tempo di crisi, i coniugi italiani appaiono sempre meno litigiosi. Se non per il più nobile dei sentimenti, quantomeno per reciproca utilità.