La rivolta nei quartieri periferici, in particolare ma non esclusivamente romani e milanesi, evidenzia il grave degrado delle periferie che, è bene sottolinearlo, pur se accentuato negli ultimi tempi, è iniziato da oltre un ventennio grazie alla esplosiva commistione di inesistenti o quantomeno errate politiche dell’occupazione e sociali che non hanno contribuito a favorire l’inclusione di cittadini, soprattutto immigrati, che in questi luoghi vengono in larga parte percepiti come un corpo estraneo.
A tutto ciò si è aggiunta un’irrazionale politica urbanistica che, nel pur condivisibile intento di dare la possibilità di un’abitazione a chi non aveva disponibilità, soprattutto per i costi del passato, di acquistarle al centro, hanno prodotto di fatto dei quartieri “dormitorio”, talvolta dei veri e propri ghetti, dove i giovani, oltre a non avere lavoro, hanno abbandonato gli studi ed i loro genitori non possiamo dire stiano meglio.
In un coacervo di situazioni critiche che si intersecano tra di loro, dove inevitabilmente predomina l’ignoranza e la povertà, non c’è più tempo né spazio per la solidarietà.
Il problema non è risolvibile con il solo presidio delle forze dell’ordine, ma attraverso l’erogazione di servizi che non possono essere rimessi all’imprenditoria privata che, non di rado, è fonte di depauperamento e precariato. Bisogna definitivamente smascherare i “professionisti del disagio”, cioè coloro che, pur dichiarandosi sempre e comunque a favore dei più deboli, sono piuttosto inclini al loro sfruttamento, dal quale traggono un considerevole vantaggio economico, come numerose inchieste giornalistiche e delle procure hanno documentato.
È necessario, per certi versi urgente, non potendo supporre che gli episodi che oggi abbiamo visto possano risultare isolati, essendo per contro piuttosto certo che siano destinati a moltiplicarsi, attuare una corretta gestione del territorio in cui netta deve essere la distinzione tra l’urbanistica e gli interessi finanziari che in larga parte prevalgono, com’è dimostrato dall’erogazione di finanziamenti da parte delle banche a costruttori, oggi forse non più declinabili come palazzinari, ma sempre spinti da finalità speculative alla costruzione di immobili, semmai dopo sospetti cambi di destinazione e, perché no, confidando in condoni.
Contrariamente ad una non condivisibile diffusa opinione, non possiamo certo considerare il piano casa come una sorta di surrogato di implementazione di edilizia popolare, quanto uno strumento che per lo più ha aumentato la crescita delle città e, conseguentemente, i costi ambientali e di gestione amministrativa delle stesse.
Le periferie sono state costruite in dispregio all’ambiente, alla natura e quindi sottovalutando i pericoli che pure apparivano evidenti come l’eccessiva impermeabilizzazione dei suoli.
Non è possibile rimediare alle catastrofi che si sono verificate, ma certo bisogna considerare che, per quanto oneroso, anche le zone più remote delle metropoli devono avere un’adeguata fornitura di servizi, primi tra tutti quelli di trasporto, istruzione e assistenza sanitaria per non perpetuare le attuali situazione di emarginazione e consentire un’effettiva integrazione sociale.