Insicurezza percepita e incertezza della pena – 31 agosto 2017 –

I crimini consumati la scorsa settimana a Rimini, balzati agli onori delle cronache nazionali per la brutalità inaudita con cui le vittime sono state oggetto di violenze da “Arancia meccanica”, riporta al centro del dibattito, politico e non solo, il tema della sicurezza.

Per quanto il Ministro dell’Interno abbia di recente elencato una serie di dati statistici che dimostrano un calo generalizzato di diversi reati contro l’integrità fisica della persona ed il patrimonio (dal primo gennaio al 31 luglio di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2016, sono diminuiti, solo per fare un esempio, gli omicidi, le rapine ed i furti), è evidente che nel nostro Paese attualmente c’è un problema di ordine pubblico.

Non si tratta solo di una diffusa “percezione” di insicurezza dei cittadini influenzata dai media, come sostenuto da non pochi, poiché se è vero che la spiaggia di uno dei più noti e frequentati centri balneari è generalmente considerata nelle ore notturne una specie di “terra di nessuno”, dove vige la legge del più forte o per meglio dire del più violento, un problema esiste eccome.

Se da un lato potrebbe apparire esagerato parlare di allarme o emergenza sociale, dall’altro non è certamente il caso di sottovalutare episodi che, purtroppo, sono paradigmatici di alcune anomalie della macchina della giustizia penale. Su tutte, l’(in)certezza della pena e il senso di impunità diffusa che, contrariamente a quanto siamo indotti a ritenere, non si risolvono introducendo nuove figure delittuose o inasprendo le sanzioni riconducibili a reati già esistenti ma, molto più semplicemente, garantendo una risposta adeguata e in tempi rapidi da parte dello Stato.

Certamente il principale problema del sistema penale italiano, inutile negarlo, è la sua lentezza, riconducibile essenzialmente ad una bulimia legislativa che, nel corso degli anni, ha prodotto norme, modifiche e riforme inutili e ripetitive.

Tuttavia non possiamo non tenere conto che l’ottica garantista che connota la nostra giustizia penale si è tradotta sempre più in un formalismo estremo che, oltre a contribuire al rallentamento dei tempi, determina non di rado soluzioni finali ingiuste, come la prescrizione del reato. Esito, tutt’altro che raro, di tanti, troppi processi e che testimonia inequivocabilmente la sconfitta dello Stato e della giustizia.

Affinché il cittadino percepisca come “giusta” la macchina giudiziaria e, al contempo, affinché la norma penale possa svolgere appieno la sua funzione di deterrente è necessaria una definizione rapida del processo, sia essa di assoluzione o di condanna, e, forse soprattutto, in questa ultima ipotesi, la certezza che la pena venga effettivamente espiata dai responsabili.

Esattamente il contrario di quanto avviene oggi.

Episodi come quelli di Rimini condizionano in maniera assai negativa l’esistenza di ognuno, essendo il bisogno di vivere serenamente la propria vita una tra le principali, se non addirittura la prima fra le esigenze dell’individuo.

Il tema “sicurezza”, in questi anni, è stato spesso strumentalizzato da rappresentanti politici di ogni schieramento in cerca di consensi ma, all’atto pratico, si è concluso davvero poco. Lo Stato, ad oggi, non è parso in grado di fornire risposte adeguate alla crescente e legittima richiesta di tranquillità dei cittadini.

Le risorse destinate all’ordine pubblico appaiono, peraltro, sempre più esigue e, comunque, inadeguate rispetto alle esigenze della collettività.

Ma il punto centrale, come si diceva, è la necessità di maturare una cifra culturale che, al pari di altri paesi di democrazia evoluta, conduca a ritenere fondatamente che quando si sbaglia bisogna pagare e il prezzo deve essere parametrato alla gravità dell’offesa, piuttosto che introdurre periodicamente provvedimenti di depenalizzazione privi di concrete utilità pratiche che, come le esperienze di questi anni hanno dimostrato, finiscono unicamente per rendere sempre più evanescente la funzione repressiva e preventiva.

È tempo che si smetta di considerare il nostro Paese come un Eldorado del crimine dove, tutto sommato, è più comodo o forse più conveniente delinquere.