L’ingiustizia manifesta e gli errori da contenere – 29 giugno 2017 –

Dai più giovani, diciamo la generazione dei trentenni a scendere, Enzo Tortora viene ricordato più che per essere stato un noto condutture televisivo, come un esempio di eclatante errore giudiziario.

Verosimilmente non il più grave della storia moderna, ma certamente quello più emblematico tant’è che ancora oggi viene frequentemente citato a riprova delle disfunzioni giudiziarie.

Per i più adulti, diciamo per la generazione dei cinquantenni a salire, il 17 giugno del 1983 è stato un giorno in cui l’Italia è stata travolta da un ciclone mediatico: l’arresto di Tortora con le gravi accuse di reati in materia di stupefacenti e di associazione a delinquere.

Il celebre conduttore televisivo venne esposto senza pudore alcuno alla più totale gogna mediatica e tuttavia mai rinunciò a protestare la propria innocenza ed a combattere con indiscussa fierezza le accuse e gli accusatori.

Tra le altre cose non può essere dimenticato che pur essendo stato eletto parlamentare, rinunciò all’immunità a seguito di una prima condanna non definitiva e non esitò a scontare per quanto ingiusta la pena inflittagli pagando per reati mai commessi.

All’ingiustizia subita da Tortora, prematuramente scomparso a causa di una malattia che si può realisticamente supporre essere stata quanto meno alimentata dalla tragedia vissuta dall’interessato, ancora oggi, in occasione del trentaquattresimo anniversario di quel tragico errore, nessuno può dire esservi stato posto rimedio ripagandogli in qualche modo le sofferenze benché la sua innocenza sia stata pienamente acclarata.

È difficile non prevedere il dolore di chi innocente si trovi a ricevere anche soltanto un semplice avviso di garanzia. La percezione di una ingiustizia manifesta si traduce non di rado in un disagio insopportabile e purtroppo frequentemente indelebile per la vittima, ed è improbabile vi siano rimedi sufficienti a ripagargli i patimenti.

Tuttavia, ciò che più stupisce è che, a distanza di così tanto tempo dal caso Tortora, non siano state apportate significative modifiche al sistema volte quanto meno ad una rilevante riduzione degli errori giudiziari. Certo non possiamo non considerare che si tratta di una problematica impervia al punto che una soluzione definitiva non potrà mai esservi e che gli errori giudiziari, al pari di quelli umani più comuni sono realisticamente inevitabili.

La questione, quindi, deve essere principalmente affrontata sotto il profilo del contenimento degli errori e l’enucleazione di efficaci rimedi risarcitori che non possono essere limitati ad un mero ristoro economico ma devono consistere in una concreta attività da parte delle Stato utile a consentire una totale riabilitazione di colui che ingiustamente è stato colpito. È altresì necessario acquisire piena consapevolezza che l’errore giudiziario è possibile in ogni settore del diritto, quindi non soltanto in quello penale anche se in questo caso generalmente è di maggiore rilevanza in quanto incide sul bene supremo della libertà personale.

Per altri versi, tenendo presente che l’errore di diritto, vale a dire quello che viene commesso nella interpretazione delle norme, essendo rimediabile in altri gradi del giudizio è senz’altro meno grave dell’errore di fatto, cioè una ricostruzione inesatta dell’accertamento delle circostanze, la questione sostanziale è quella relativa alla formazione di chi è chiamato a svolgere l’importante e delicato ruolo di giudicante.

Di ciò, prima di altri, devono farsi carico le università e in particolare le facoltà di giurisprudenza, nelle quali, anche se potrebbe apparire paradossale, sarebbe opportuno implementare gli studi umanistici e l’acquisizione di esperienze concrete.

Indossare una toga non può significare soltanto aver conseguito un’eccellente preparazione tecnica, bensì anche, forse soprattutto, aver dimostrato, perché no anche attraverso test attitudinali, di avere le cifre di equilibrio e di buon senso, elementi fondamentali per chi è chiamato a svolgere un compito così delicato.

Preoccupa meno che un uomo di legge non conosca una certa norma piuttosto che le opere di Cesare Beccaria, e soprattutto sia privo della sensibilità che lo induca ad avere dubbi più certezze.