Possiamo continuare a fingere che il problema non esista, ma purtroppo è un fatto che l’Italia sia da troppo tempo ormai il fanalino di coda dell’Europa. Il confronto con gli altri Paesi dell’Unione è impietoso soprattutto con quelli con i quali vi è maggiore similitudine. La crescita del Pil per il 2016 è stata dello 0,9% mentre per gli altri Paesi dell’Eurozona dell’1,7%.
Dall’inizio della recessione del 2007, dobbiamo recuperare il 7%, mentre la Germania è cresciuta del 9,4%.
Potremmo proseguire a lungo, ma in ogni settore esplorato soccomberemmo nella comparazione con gli altri.
Potremmo anche spingere di più sul “sovranismo”, un tema che negli ultimi tempi impegna le menti pensanti dell’economia e della politica, e convincerci definitivamente che per uno Stato nessuna imposizione dall’esterno vi può essere senza il suo consenso e giungere persino a stravolgere i principi fondanti del diritto internazionale, interpretando le sue norme come espressione di uguaglianza sovrana dei Paesi che escluda qualsiasi ingerenza da parte degli altri.
In ultimo potremmo sinanche risolvere il problema alla radice, tirandoci fuori dall’Unione Europea che sempre più viene percepita come la causa del malessere economico e sociale che ormai da molti anni affligge il nostro Paese.
Tuttavia, si tratterebbe di una visione semplicistica poiché la sovranità, essendo espressione di una più complessa relazione tra gli Stati, trova i suoi limiti piuttosto che nelle imposizioni esterne, nel rispetto della sovranità degli altri.
Ma soprattutto non avremmo estinto il problema di fondo, ovvero che il nostro Paese arranca e non riesce a tenere il passo degli altri partner europei, con i quali, in verità, sono notevolmente aumentate le distanze se si considera, per esempio, che nel 2007 non vi erano grandi differenze negli investimenti fissi della pubblica amministrazione tra quelli tedeschi e italiani, mentre oggi i nostri sono diminuiti del 26% e quelli della Germania aumentati del 37%: quasi il doppio. Purtroppo non è bastata neanche la concessione fatta all’Italia dall’Unione Europea di una maggiore flessibilità di 0,25% di PIL, tradotto 4,1 miliardi di euro, per effettuare investimenti pubblici di cui peraltro si dovrà dare conto, poiché se l’impegno non venisse rispettato ci troveremmo di fronte ad un altro nodo che verrebbe al pettine.
Per altri versi, dobbiamo anche registrare un vero e proprio paradosso poichè il nuovo codice degli appalti, entrato in vigore nel 2016, piuttosto che risultare uno strumento di forte contrasto alla corruzione, così come era stato ipotizzato dal legislatore, ad oggi si è rivelato essere un freno per gli investimenti pubblici che sono scesi di due miliardi.
L’Ance (associazione nazionale costruttori edili) lamenta una flessione del 2,1% di nuovi bandi di gara.
Non solo; si consideri anche che la Consip (concessionaria servizi informativi pubblici), una struttura che avrebbe dovuto consentire il raggiungimento di risultati eccellenti nella regolamentazione ed efficienza della spesa pubblica, appare, a torto o a ragione, coinvolta in oscure questioni di corruzione.
Non possiamo certo affermare che negli ultimi tre lustri non siano stati adottati provvedimenti di politica economica da parte di tutti i governi che si sono succeduti; ma è certo che nessuno di loro ha mai funzionato e, per restare nell’era dell’euro, il dato del Pil italiano, quasi sempre in fondo alla classifica, in almeno tre occasioni non è risultato ultimo solo grazie al Portogallo, alla Grecia e a Cipro, Paesi che, non si sa come, hanno fatto peggio.
E’del tutto evidente quindi, che se non si interviene in maniera risolutiva anche e soprattutto attraverso una severa autocritica, non usciremo dalla palude. Invertire il percorso dell’impietoso declino è possibile solo a condizione che si riparta dai fondamentali.
Innanzitutto prendere atto che la più forte delle crisi che ci attanaglia è quella della rappresentanza. La divaricazione tra cittadino e Stato è sempre più marcata e l’unico modo per ridurla è recuperare la funzione dei corpi intermedi, in primo luogo dei partiti politici e dei sindacati che dovrebbero ritornare ad essere il punto di incontro della società con lo Stato. Riacquistare il loro ruolo essenziale di rappresentatività espungendo l’autoreferenzialità e l’individualismo che sempre più li caratterizzano. D’altra parte la rottura del patto sociale si riflette in negativo sugli elementi strutturali del Paese annullando, tra gli altri, la certezza del diritto che implica incertezza delle regole e conseguente intervento della magistratura in funzione di supplente o di sostituto del legislatore, con buona pace della separazione dei poteri. Il nostro è diventato un diritto illeggibile, fonte di aumento del contenzioso e freno per lo sviluppo sociale ed economico, un punto di partenza quindi non può che essere la deflazione normativa. Non si tratta di un tema nuovo poiché già nel 2005, in pieno furore di semplificazione, venne introdotta la legge n. 246 meglio nota come “taglialeggi” salvo poi qualche anno dopo, nel 2009, introdurne un’altra, la n. 179, conosciuta come “salvaleggi”.