Nel dopo crisi siamo dentro, con tutti gli effetti collaterali del caso. Fallimenti in testa. Un’onda lunga e anomala con un picco previsto per il 2010. E se a livello nazionale, secondo i dati di Cerved Group, nel terzo trimestre del 2009 le procedure aperte sono cresciute del 40%, nelle Marche la cifra si è impennata fino all’80%. Non si sfugge alla maglia nera da condividere con l’Emilia Romagna. Un record negativo che potrebbe trovar spiegazione nelle poche righe d’analisi che accompagnano il rapporto sulle imprese in difficoltà: a essere più esposte sono le società di dimensioni ridotte. Inevitabile, le Marche son dentro fino al collo. Secondo gli archivi Cerved nel 2009 sono stati 1.735 i fallimenti aperti, con una forte concentrazione di società di capitale (70%). Se la questione invece la si prende dall’angolazione di settore a essere messi peggio sono i comparti dell’economia e soprattutto le attività finanziarie, immobiliari, le attività di noleggio, nell’informatica, nei servizi alle imprese. Non evita lo scivolone anche la manifattura: un capitolo molto marchigiano. Un dettaglio amaro da ribadire: la maggior parte dei fallimenti tocca aziende di piccola dimensione, meno del 20% delle società di capitale fallite nel corso del 2008 e del 2009 aveva un attivo di bilancio superiore a due milioni tre anni prima dell’esplodere dell’emergenza economica.
Il conto della crisi lo presenta anche Unioncamere, che organizza il dato su base semestrale: dal primo gennaio al 30 giugno 2009 le imprese in attività sono 1.114 in meno e sono state avviate 263 procedure fallimentari contro le 117 del 2008. Il bilancio resta passivo. Il dato è senza dubbio preoccupante, ma deve essere valutato come uno stimolo per migliorare le cose ed affrontare in modo più adeguato la crisi. Il prof va da cause ad effetti. Docente di Diritto commerciale alla Facoltà di Economia della Politecnica, Gerardo Villanacci tratta i fallimenti con la frequenza della quotidianità. “L’impennata delle procedure fallimentari è senza dubbio da addebitare prevalentemente alla crisi, anche se sarebbe meglio dire che questa ha evidenziato problemi già in essere”. E fin qui siamo sul terreno delle ferite comuni: le Marche come il resto d’Italia. Seguono, sempre sul fronte comune, le carenze del sistema giudiziario: “L’assenza di regole adeguate, ovvero l’impropria applicazione delle stesse – inchioda l’esperto – limita l’espansione industriale e soprattutto l’interesse degli investitori esteri”. Un campo minato dal quale tenersi lontano “a meno che non si rivisiti il sistema giudiziario, adeguandolo all’attuale realtà socio-economica fortemente mutata negli ultimi tempi”. Il prof invita a correggere il tiro. E sul metodo offre una sintesi: “Il nostro ordinamento, diverso da quello anglosassone caratterizzato dai precedenti, deve in primo luogo proiettarsi verso la certezza del diritto, anche al fine di scongiurare nuove ipotizzabili crisi finanziarie, e il legislatore deve assumere piena convinzione della improrogabilità delle riforme. In primo luogo quella giudiziaria”.
Al capitolo “colpe di casa” Villanacci attacca: “L’impennata dei fallimenti marchigiani è da ricercare anche nell’inadeguatezza degli imprenditori e dei professionisti che li assistono ad una utilizzazione puntuale ed efficace degli strumenti legislativi di cui già si ha disponibilità”. Villanacci insiste: “Il fallimento di un’azienda è l’ultima spiaggia alla quale, peraltro, non bisognerebbe mai approdare, posto che da tale procedura non è dato di rinvenire nessun vantaggio quanto, piuttosto, oneri gravosi per gli uffici giudiziari e nessuna tutela per i creditori”. Si chiude bottega, senza possibilità d’appello. E qui il professore offre dei suggerimenti. “Si può percorrere la strada del concordato preventivo ma in una visione innovativa, volta a consentire la ristrutturazione dell’azienda ai fini del rilancio della stessa, e soltanto in via residuale ricorrere a tale procedura per fini esclusivamente liquidatori. Il concordato preventivo è oggi, o meglio dovrebbe essere, un istituto di risanamento aziendale ,in primo luogo soprattutto per le piccole e medie imprese, poiché quelle di grandi dimensioni possono già contare su una legislazione, come la Legge Marzano, che ha mostrato nel tempo la propria adeguatezza. Non solo. Bisogna anche ricordare che poche imprese fanno ricorso ad altri istituti di non secondaria importanza: gli accordi di ristrutturazione, che permettono la prosecuzione dell’attività e, soprattutto, i piani attestati, procedura quasi del tutto ignorata che invece dovrebbe essere vista nella sua reale dimensione innovativa. Sarebbe auspicabile che i soggetti più direttamente coinvolti – le associazioni di categoria in primo luogo, ma anche gli enti pubblici e le istituzioni universitarie – promuovessero maggiore attività formativa volta ad una più adeguata preparazione professionale. In altri termini, è necessario conoscere adeguatamente le cause della crisi e, quindi, prima di arrendersi, in attesa di tempi migliori, utilizzare al meglio gli strumenti già disponibili per combatterla efficacemente”.