L’ultimo drammatico attentato di Istanbul nella notte di Capodanno il cui tragico bilancio non è ancora definitivo, anche se certi sono 39 morti e 69 feriti, conferma che il terrorismo è il nemico contro il quale dovremo combattere nei prossimi anni. Una guerra, se così possiamo definirla, fuori dagli schemi dei conflitti bellici tradizionali, resa più subdola dalla eterogeneità dei profili degli attentatori, condizione che se non impossibile rende altamente improbabile preordinare efficaci operazioni di salvaguardia.
Tuttavia, anche se con una semplificazione, possiamo dire che il terrorismo islamico è caratterizzato sostanzialmente da due figure di adepti: quelli reclutati in tenera età, a partire dai sette-otto anni, ai quali viene costantemente inoculata una interpretazione deviata del Corano piegata agli scopi del Califfato. E soggetti già adulti per i quali l’opera di proselitismo si basa su altre prerogative che non hanno molto a che vedere con la religione quanto piuttosto con la loro rabbia che nel tempo diventa vero e proprio odio. Non è chiaro quanto queste persone siano interessate alla strategia del terrorismo; sono lupi solitari e agiscono per una forte percezione di ingiustizia, un accentuato senso di isolamento e di emarginazione, nella convinzione che l’unico sostegno possono trovarlo in chi invece li utilizza per i propri fini offrendogli una falsa solidarietà.
É la storia di molti, non di rado figli di seconda o terza generazione di immigrati, cittadini dei Paesi da loro stessi martoriati. É il caso, solo per restare agli ultimi episodi, di Mohamed Lahovajet-Bouhlel, un trentunenne con doppia cittadinanza, francese e tunisina, che il 14 luglio dello scorso anno a Nizza, nella centralissima e affollata Promenade Des Anglais, a bordo di un autocarro ha investito ed ucciso 86 persone ferendone altre 300. Ma è anche la narrazione della vita di Anis Amri, un tunisino da anni emigrato in Europa che lo scorso 19 dicembre in un mercatino natalizio di Berlino, alla guida di un tir, ha ucciso 12 persone ferendone una cinquantina.
In questi casi gli attentatori pur avendo dei precedenti giudiziari per reati minori, non sono risultati strutturalmente legati ad organizzazioni terroristiche islamiche.
É chiaro quindi che è proprio la peculiarità della biografia e del carattere degli attentatori a contraddire la tesi che le origini del fenomeno terroristico sono sempre riconducibili a ragioni eversive sorrette da motivazioni ideologiche, religiose o politiche che differenziano questi criminali da quelli ritenuti comuni, il cui comportamento è determinato da finalità personali volte al conseguimento di guadagni. Ma è altresì poco convincente la teoria del loro rapido radicamento in terroristi islamici che li avrebbe trasformati da miscredenti con precedenti di reati comuni, tutt’altro che osservanti dei principi e delle regole della religione musulmana, in veri e propri fondamentalisti.
É molto più realistico, a ben vedere, supporre che per l’esclusione di cui si sentono vittime incomprese, costoro vogliono annientare la realtà in cui vivono e il modo spietato e violento con cui agiscono esprime le cifre del loro odio che arriva a obnubilarli al punto da perdere ogni rispetto per la vita umana a partire dalla propria.
Certo non si può dire esista una sola ricetta utile a risolvere o quantomeno a contenere tale piaga, ma è evidente che accanto alla necessità di attuare provvedimenti repressivi e di selezione di chi ha effettivamente diritto all’accoglienza, il contrasto alla radicalizzazione dei giovani islamici può e deve avvenire anche, forse soprattutto, da parte di islamici e più precisamente attraverso il ruolo di mediazione degli Imam alla cui formazione, contrariamente da quanto avviene nelle realtà francesi e britanniche, deve partecipare e contribuire anche lo Stato per evitare che accresca una piena autoreferenzialità e, considerando gli imprescindibili profili socio-giuridici contenuti nell’Islam, che gli stessi possano costituire antinomie dannose al nostro sistema democratico.
In altre parole è tempo che si prenda atto della centralità della funzione educativa degli Imam in una società interculturale come è sempre più la nostra, per facilitare un equo bilanciamento nella complessa relazione tra la Sovranità di Dio e quella dello Stato.