Gli elementi che in passato venivano indicati e qualificati come regressivi e quindi principali responsabili del rallentato ammodernamento del sistema sociale ed economico del nostro Paese, sono stati, in verità, un forte baluardo alla crisi, quantomeno attenuandone gli effetti devastanti.
Ci si riferisce, come è evidente, alla patrimonializzazione delle famiglie che ha fortemente protetto le imprese ed il lavoro, ma anche alla estesa presenza di piccole aziende sul nostro territorio e, non da ultimo, il rifiuto della supremazia della finanza sulla economia reale.
Bisogna ora chiedersi qual’è lo stato dell’arte, posto che non si può fondatamente ritenere che siamo fuori dalla congiuntura sfavorevole. Se per un verso l’economia interna ed estera mostrano segnali convergenti di ripresa, tant’è che i dati relativi alla produzione sono positivi, ciò non si può dire per quanto concerne l’occupazione. Il rapporto annuale del Censis 2009 ci induce a ritenere che non si è ancora attenuato il riflesso negativo, tant’è che nei primi tre mesi dell’anno abbiamo assistito ad un decremento occupazionale del 1,6% rispetto al 2008, con un aumento della disoccupazione dal 6,7% al 7,4%, relativamente allo stesso periodo di riferimento. Nonostante ciò molti osservatori, della cui acutezza è lecito dubitare, utilizzando in primo luogo il parametro dei mercati finanziari, si spingono a ritenere che la crisi sia ormai alle spalle.
Sicuramente il registrato incremento degli indici di mercato di circa 12 mila punti, è un dato di considerevole rilievo, anche se lontano dai 45 mila del 2007.
Ma è proprio questo il punto cruciale. Anche se i mercati finanziari appaiono in ripresa non bisogna essere troppo ottimisti, poiché gli enti creditizi europei e del resto del mondo assumono ancora troppi rischi ricorrendo ad investimenti su strumenti finanziari dal rendimento incerto. I piccoli risparmiatori o meglio le famigle e le imprese non risultano più tutelate di prima. L’economia italiana è scesa di almeno il 15% tornando indietro di quasi venticinque anni.
Certo nel nostro si registra una maggiore stabilità che in altri paesi, con almeno il due per cento in meno di disoccupati rispetto alla media europea, ma occorrono riforme in grado di garantire alle imprese la competitività e la produttività e, quindi, una maggiore produzione di reddito disponibile affinché siano possibili quelle ristrutturazioni aziendali necessarie in molti settori.
Occorre una svolta migliorativa del capitale umano nel lavoro, che possa in qualche modo liberare dall’eccessivo carico tributario le famiglie e le piccole imprese. Sarebbe utile una riduzione ed una razionalizzazione della spesa pubblica, affinché il nostro sistema non rischi di essere definitivamente compromesso, ma anzi torni ad essere realmente competitivo.
E’ vero che il nostro Paese, in sintonia con le decisioni assunte in ambito europeo e anche mondiale, ha adottato strategie volte a sostenere e a garantire l’integrità degli scambi economici, ma i problemi non sono ancora stati risolti ed è bene che l’allarme resti.
Le ragioni che hanno causato la crisi sono state in parte individuate, ma le regole che disciplinano i mercati sono sempre le stesse. Senza specifiche disposizioni normative è poco probabile che il mercato riesca a correggere i propri squilibri.
In sostanza non sono stati adottati validi correttivi e non si sono ancora raggiunti accordi che possano sostenere una crescita stabile e meno rischiosa dell’economia.
Senza tali intese è difficile che i Paesi ancora molto indebitati, come gli Stati Uniti, possano superare i propri problemi e non travolgere nuovamente l’intera finanza mondiale.
Come è stato detto le caratteristiche del sistema finanziario interno pur avendo reso il mercato italiano meno dinamico ed innovativo degli altri paesi, è tuttavia stato capace di contenere la recente crisi, ma restano seri dubbi sulla possibilità che quelle stesse regole siano capaci di arginare ulteriori andamenti negativi dell’economia e del mercato. La ripresa ci sarà, anche se lentamente, ma risulterebbe assolutamente insostenibile una nuova crisi finanziaria che può essere evitata solo con una immediata regolamentazione globale dei mercati finanziari.