Università di Medicina test di ammissione ma arrivano i romeni – 3 settembre 2015 –

Anche quest’anno si avvicina l’ora dei temutissimi test d’ingresso per le facoltà “a numero chiuso”, vero e proprio incubo per tante aspiranti matricole.
Il conseguimento di una laurea in Medicina, “classica” università ad accesso regolato, presuppone difatti, oltre al buon esito di numerosi esami, il superamento di un preventivo test di ammissione che, come ogni anno, preclude alla stragrande maggioranza degli studenti la possibilità di indossare un giorno il camice bianco, prima ancora di intraprendere il percorso di studi.
Secondo le stime del Miur, dovrebbero essere 79.451 i ragazzi che si cimenteranno in questi giorni con le prove di accesso alle università. Un numero inferiore rispetto alle candidature del 2014 (circa novantamila) e, soprattutto, del 2013 (oltre centodiecimila) ma, in ogni caso, sempre abnorme se confrontato con i posti disponibili (9.513 per Medicina; 792 per Odontoiatria; 717 per Veterinaria; 7.802 per Architettura).
Con l’approssimarsi dei test tornano però d’attualità, come sempre, anche le polemiche, essendo in molti a considerare ingiuste le limitazioni all’accesso alle facoltà universitarie.
Alle numerose proposte di riforma e revisione delle regole in vigore è seguito il più totale immobilismo da parte del mondo politico, tant’è che la questione si ripropone di fatto nei medesimi termini ormai da anni, senza tuttavia essere affrontata come forse dovrebbe.
Il problema non è difatti la selezione in sé, ma la necessità di individuare modalità selettive utili a garantire la valorizzazione dei più capaci, impedendo altresì che le regole vengano aggirate da chi ha più possibilità o è più furbo di altri.
É vero che la nostra Costituzione, spesso invocata come un baluardo del diritto all’istruzione universitaria, garantisce a tutti la possibilità di raggiungere i più alti gradi degli studi, ma il riconoscimento di tale diritto è pieno ed incondizionato solo per i più meritevoli e valenti, anche se privi di mezzi.
Dalle colonne del Corriere della Sera dello scorso 1 settembre, Gian Antonio Stella ha ben evidenziato le storture connesse alla probabile attivazione in Italia di un corso universitario di Medicina da parte di un’università romena. Pagando ogni anno, secondo le prime indiscrezioni circolate, all’incirca diecimila euro di tasse universitarie, sarà possibile aggirare i test di ammissione nostrani, con buona pace del merito e delle qualità individuali.
Un po’ quello che accade già da tempo nell’universo forense, ove gravita un rilevante numero di (italianissimi e furbissimi) abogados che hanno conseguito il titolo professionale in Spagna, evitando l’impegnativo esame di abilitazione nazionale che, giusto o sbagliato che sia, rappresenta una condizione necessaria per esercitare questa professione nel nostro Paese.
In definitiva è difficile, in un contesto simile, riuscire ad immaginare che veri cambiamenti in senso meritocratico della nostra società, unanimemente ritenuti essenziali, possano intervenire in tempi brevi.