Cognome materno, un Paese troppo conservatore – 14 gennaio 2014 –

Non riconoscendo la possibilità ad una coppia di dare alla prole unicamente il cognome materno, l’Italia viola il principio di parità e di non discriminazione tra i coniugi nell’ambito del nucleo familiare.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato ancora una volta il nostro Paese per il mancato rispetto di diritti inviolabili dell’individuo, mettendo in rilievo (qualora residuassero dubbi in proposito) uno dei molteplici anacronismi della nostra legislazione in materia di diritto di famiglia e delle persone.

In Italia, infatti, il figlio acquisisce di regola il solo cognome del padre; è possibile aggiungere il cognome materno a quello paterno, ma non è possibile dare al proprio discendente soltanto il cognome della madre, neppure con il consenso di entrambi i genitori.

Ne sanno qualcosa i due coniugi milanesi che dal 1999, anno in cui è venuta al mondo la loro primogenita, si battono per il riconoscimento di un diritto che il nostro legislatore ancora oggi non contempla, contrariamente a molti altri stati ove già da tempo è prevista questa possibilità.

Una simile disparità di trattamento per i coniugi, secondo i Giudici di Strasburgo chiamati a decidere il ricorso presentato dalla coppia meneghina, è del tutto illegittima; si tratta, difatti, della rappresentazione plastica di una concezione assolutamente patriarcale della famiglia che mal si concilia con i principi stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo oltre che, ancor prima, dalla nostra Costituzione.

Una modifica legislativa che recepisca il monito della Corte europea dei diritti dell’uomo, stando a quanto dichiarato in questi giorni dai nostri rappresentanti politici, non dovrebbe farsi attendere troppo o, almeno così si spera, anche perché il ritardo che l’Italia ha progressivamente accumulato rispetto al resto dell’Europa in ordine alla tutela dei diritti delle persone è ormai preoccupante.

L’impossibilità di attribuire ai figli il cognome materno è solo l’ultima, in ordine di tempo, delle questioni balzate agli onori delle cronache che hanno, volta per volta, messo in luce l’approccio conservatore, per non dire superato del nostro legislatore sul fronte del riconoscimento e della tutela di alcuni diritti dell’individuo in ambito familiare.

Tematiche come le unioni civili, l’adozione dei minori per coppie non sposate e il c.d. “divorzio breve”, solo per fare alcuni esempi, rappresentano questioni che, in un paese che si definisce civile, non possono essere ritenute marginali dal Parlamento.

Non si tratta soltanto di colmare saltuariamente vuoti normativi o di migliorare una o più norme già esistenti, ma di ripensare il sistema delle relazioni familiari, posto che il modello di famiglia è cambiato profondamente dal dopoguerra ad oggi e l’archetipo delineato dal codice civile si mostra sempre più alieno rispetto ad una realtà sociale e culturale ben diversa.