L’anno che si è appena concluso non sarà certamente ricordato come uno dei migliori vissuti dalla nostra economia.
Nel 2013, infatti, la crisi ha incrinato come non mai il nostro sistema economico e produttivo. Nei primi nove mesi dell’anno sono state dichiarate fallite quasi diecimila realtà imprenditoriali italiane, il 12,1% rispetto allo stesso periodo del 2012: un livello mai raggiunto prima.
Negli stessi mesi, oltre cinquantamila imprese (il 5,2% in più del precedente record negativo dello scorso anno) sono uscite volontariamente dal mercato e 2.290 imprenditori (vale a dire il 43% in più rispetto al mese di settembre del 2012) hanno chiesto l’apertura di un concordato preventivo.
Reperire un’occupazione in Italia, non solo per i più giovani, rappresenta al giorno d’oggi una speranza sempre più remota.
La situazione della nostra Regione, tradizionalmente tra le più attive ed operose, è sostanzialmente in linea con quella nazionale.
Secondo le stime della Banca d’Italia, nel primo semestre del 2013 l’occupazione nelle Marche è diminuita del 3,1% rispetto ai primi sei mesi del 2012 (più che nel resto del Paese ove, in media, si è registrata una riduzione del 2,2%).
Il tasso di occupazione della popolazione marchigiana tra i 15 e i 64 anni è ormai attestato al 61,3% e le persone in cerca di un’occupazione sono aumentate del 30,7% rispetto allo scorso anno, a fronte di un’offerta di lavoro che, sostanzialmente, è rimasta invariata.
Il tasso di disoccupazione – pur rimanendo inferiore alla media nazionale, attestata al 12,4% – ha raggiunto l’11,2% e, di conseguenza, anche l’utilizzo degli ammortizzatori sociali è cresciuto in maniera considerevole.
Nel corso dei prossimi mesi scopriremo davvero se il 2014 sarà l’anno che vedrà l’avvio di una (lenta) fase di ripresa, ma è difficile ipotizzare sin da ora che l’auspicata inversione di tendenza possa intervenire senza le necessarie riforme istituzionali di cui il nostro Paese ha bisogno e, ancor prima, senza una radicale opera di semplificazione normativa.
Sono in molti a ritenere che il Parlamento debba adoperarsi per l’emanazione di nuove ed ulteriori leggi “anti-crisi”.
L’assunto appare alquanto opinabile, soprattutto in considerazione del fatto che le norme sino ad oggi promulgate sono state tante (per non dire troppe) e gli esiti di un simile sforzo legislativo sono oggettivamente risultati poco felici.
Una legislazione sovrabbondante genera, difatti, incertezze applicative e interpretative che, a loro volta, finiscono per vanificare il senso stesso dell’intervento che, per quanto animato dalle più nobili delle finalità, rischia di rivelarsi in concreto inutile, se non addirittura dannoso, contribuendo a minare il principio della certezza del diritto.
Emblematico, in tal senso, l’esempio delle varie forme di contrattazione in materia di lavoro introdotte in epoca più o meno recente che, com’è evidente, non hanno avuto effetti propriamente taumaturgici sull’occupazione negli ultimi anni.
In altre parole, in Italia non mancano leggi ma, molto più semplicemente, regole certe e lineari.