In attesa dell’annunciata riforma della giustizia civile, prossima ad approdare alla Camera dopo il vaglio positivo di Palazzo Madama, a tenere banco attualmente è sempre l’annosa questione dell’eccessiva durata dei giudizi, vero e proprio tallone di Achille del nostro sistema giudiziario.
Il costante incremento negli ultimi anni del contenzioso prodotto dalla Legge 24 marzo 2001, n. 89 (meglio nota come “Legge Pinto”) è la plastica rappresentazione di tale problematica.
Sulla questione è intervenuta con ordinanza dello scorso 22 ottobre la Corte Costituzionale, ritenendo manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 bis, comma 3 della legge in questione sollevata dalla Corte di Appello di Reggio Calabria e, quindi, ribadendo che il diritto ad ottenere l’indennizzo in caso di irragionevole durata di un procedimento non è in alcun modo subordinato all’esito del giudizio.
In altri termini, il diritto ad invocare un’equa riparazione, determinata pro casu in base al protrarsi della causa, sorge potenzialmente in capo a tutti i soggetti danneggiati (tanto sotto il profilo patrimoniale che non patrimoniale) dai ritardi del nostro apparato giudiziario.
Il principio, peraltro in linea con i precedenti della Corte, appare logico e pienamente condivisibile.
Ciò che risulta, tuttavia, meno sensato è lo stato della giustizia italiana, le cui inefficienze, secondo una stima ormai nota della Banca d’Italia, equivalgono in termini economici all’1% del nostro Pil.
Per meglio comprendere, ove vi fosse necessità, quanto in concreto la lentezza del nostro sistema giudiziario incida negativamente sulla salute delle nostre realtà imprenditoriali, disincentivando peraltro ogni forma di investimento dall’estero, è sufficiente rilevare che in Italia, per il recupero di un credito commerciale, occorrono in media almeno 1.210 giorni; la durata di un analogo procedimento in Germania, al contrario, non eccede la durata di 394 giorni.
In pratica, considerando l’alea di ogni giudizio, i tempi di definizione delle controversie e gli attuali tassi di interessi, per un debitore è paradossalmente quasi più conveniente essere convenuto in giudizio, piuttosto che adempiere.
Soprattutto per queste ragioni, la nostra domanda di giustizia è obiettivamente sovradimensionata rispetto alla media degli altri stati europei; secondo il rapporto Cepej l’Italia, infatti, è uno dei paesi più litigiosi dell’intero Continente.
L’individuazione di strumenti di politica legislativa funzionali a ridurre il contenzioso in entrata e smaltire le cause pendenti appare, quindi, una necessità non ulteriormente procrastinabile, anche per tentare di rilanciare la nostra depressa economia.
Il tutto, ovviamente, senza comprimere in maniera indebita e generalizzata il diritto di ogni individuo ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, riconosciuto e tutelato dall’articolo 24 della Costituzione.