Con il suo arguto saggio “Edipo liberato” l’antropologo e pensatore francese René Girard propone un’interpretazione alternativa a quella freudiana del mito di Edipo, sostenendo l’innocenza di questi in contrapposizione alla diffusa opinione che lo dipinge come un parricida incestuoso.
Non è dato di sapere se la pietra lanciata nello stagno dal saggista possa aver instillato quantomeno dei dubbi in ordine ad una verità consacrata dalla bramosia di trovare a tutti i costi un colpevole pur di soddisfare un mal supposto desiderio di giustizia.
In questi giorni si sono verificati due eventi giudiziari in qualche modo paradigmatici della tragedia di Sofocle che hanno sollevato un grande clamore mediatico essendo relativi a sentenze che in grado di appello hanno ribaltato un primo giudizio di colpevolezza.
Ci si riferisce, com’è evidente, al caso di Stefano Cucchi e all’assoluzione dei c.d. “esperti” nel processo del terremoto de L’Aquila.
Non si tratta di situazioni identiche, benché caratterizzate da analoga gravità degli eventi i cui colpevoli, allo stato, sono rimasti impuniti.
É del tutto giustificata l’indignazione non soltanto dei familiari delle vittime ma dell’intera comunità, per le deplorevoli perpetrate violazioni che, per la loro specificità, alimentano la già considerevole diffidenza dei cittadini nei confronti dello Stato che sempre più è percepito come fustigatore anziché presidio di diritti.
L’accertamento della verità è una necessità sociale oltre che politica, la cui attuazione è imprescindibile in uno stato moderno che, tuttavia, deve essere altresì contraddistinto dalla ferma contrarietà a meccanismi di persecuzione privi di comprovate giustificazioni, veri e propri retaggi ottocenteschi.
L’assoluzione degli imputati in qualunque fase e grado del giudizio, soprattutto ove disposta per ragioni di merito, non può essere ritenuta come una violazione dei diritti delle vittime o, peggio ancora, dell’istanza di giustizia di una comunità, ma molto più semplicemente come l’accertata insussistenza di prove certe a carico degli stessi.
Non si tratta di un garantismo a buon mercato, quanto piuttosto di assumere piena consapevolezza che fare giustizia non equivale necessariamente a formulare condanne che, se prive di un supporto probatorio adeguato, non produrrebbero altro risultato se non quello di perpetuare i soprusi che hanno generato il processo stesso e che questa volta diverrebbero giudiziari sul presupposto dell’errato assioma che fare giustizia equivalga ad individuare un colpevole per forza.
La giustizia va perseguita nell’alveo della verità e della legalità, piuttosto che, come sempre più spesso accade, ostinarsi a difendere tesi e teorie che con esse si infrangono, violando in tal modo anche le legittime aspettative di sicurezza e tutela da parte della collettività.