Il peccato dell’indisciplina – 11 dicembre 2014

Il dramma familiare che si è consumato lo scorso martedì a Numana, dove un uomo ha esploso sette colpi di arma da fuoco contro la moglie da cui si stava separando e il figlio di appena cinque anni, prima di rivolgere l’arma contro di sé, è solo l’ultimo atto di una tragedia che sembra non avere fine.

Quasi contestualmente al duplice omicidio – suicidio in provincia di Ancona, anche un’altra marchigiana, una casalinga quarantaseienne madre di un bimbo di nove anni, è stata uccisa nella sua villetta a Mondavio, nel pesarese; secondo una prima ricostruzione degli inquirenti, il colpevole sarebbe anche in questo caso il marito, che avrebbe letteralmente massacrato con un bastone la vittima prima di tentare anch’egli il suicidio, ingerendo copiose quantità di liquido tossico.

Le analogie tra i due casi, tristemente accomunati anche sotto il profilo temporale, non finiscono qui. Entrambi i drammi, al pari di molte altre tragedie familiari che quotidianamente si ripetono passando ormai quasi inosservate tra le pagine di cronaca, sembrano trovare la propria spiegazione, se così si può dire, nell’incapacità di molti uomini di accettare una “trasgressione” della donna rispetto al ruolo di compagna ancillare imposto dalla tradizione.

La decisione della donna di interrompere un legame affettivo è troppo spesso vissuta, in una società tradizionalmente patriarcale come la nostra, come un’intollerabile insubordinazione, un atto di indisciplina che l’uomo non è sempre ben predisposto a subire.

Non si tratta quindi di semplici raptus di pazzia, come troppo spesso siamo portati a credere, ma di un fenomeno con cause di carattere sociale e culturale assai profonde.

Il 2013, con ben 179 femminicidi nel nostro Paese, rappresenta un vero e proprio annus horribilis, con un incremento delle morti del 14% rispetto al 2012, già segnato da un numero enorme di episodi di violenza di genere. Più di una vittima su tre (si parla del 35,7%) degli omicidi registrati lo scorso anno è una donna: si tratta della più elevata percentuale di femminicidi mai registrata in Italia.

L’area più a rischio è rappresentata in termini assoluti dal meridione, ma è nelle regioni centrali che si è registrato l’incremento più consistente di questi delitti, raddoppiati rispetto all’anno 2012.

Le Marche non fanno eccezione e non rappresentano propriamente un’oasi felice, come dimostrato anche dagli ultimi tragici drammi familiari di questa settimana; sono stati cinque i femminicidi nel 2013, uno in più rispetto al 2012.

La risposta istituzionale alla richiesta d’aiuto delle vittime di violenza non è stata finora sempre adeguata ed efficace, ma non si può pensare che per combattere la violenza sulle donne sia sufficiente la sola repressione. La lotta ai femminicidi non può prescindere, infatti, dalla prevenzione, vale a dire dal contrasto di ogni forma di discriminazione e violenza, nonché dalla volontà di superare definitivamente un modello sociale che ritaglia alla donna un ruolo solo in apparenza paritario.