Nella pressoché totale indifferenza dei più, lo scorso 23 giugno è entrata in vigore la legge di conversione del Decreto Legge n. 50/2017.
Al netto di tecnicismi legislativi, molto più semplicemente si tratta della manovra correttiva della quale, tra luci e ombre, si parlava da tempo.
Correttiva, la manovra in questione, lo è per modo di dire poiché le novità che la stessa ha introdotto sono numerose e riguardano principalmente le imprese e il fisco, settore nel quale si è tentato di introdurre dei nuovi indici di affidabilità fiscale che in un arco temporale relativamente breve, dovrebbero definitivamente consentire l’eliminazione dei tanto contestati “studi di settore”.
Sui temi del lavoro la novità è rappresentata dalla reintroduzione dei voucher, un vecchio strumento che, come spesso accade nel nostro Paese, ha perso il pelo ma non il vizio. Tradotto ha cambiato nome, ora si chiama “libretto di famiglia” se ad utilizzarlo saranno queste ultime, oppure “contratti di prestazione occasionale” se adoperato dalle imprese, ma la sostanza resta la stessa.
In verità non è la prima volta che accade di assistere ad operazioni di alchimia trasformistica come, solo per citare gli ultimi casi, è avvenuto per Equitalia, cambiata con un discutibile intervento di maquillage in “agenzia della entrate – riscossione”.
Una struttura praticamente clone di quella sostituita.
Ma il punto della questione, o quanto meno quello che più suscita irritazione, è che si tratta di provvedimenti legislativi astrusi di complessa intelligibilità ed applicabilità dei quali l’unica certezza è un aumento di oneri se non di costi veri e propri per il contribuente; vale a dire per tutti noi.
Eppure analizzando gli impegni di tutte le forze politiche che in questi anni di crisi si sono succedute alla guida del Governo, il leitmotiv è sempre stato la semplificazione della complessiva struttura dello Stato e delle regole in particolare.
Non si tratta di poca cosa poiché oltre a facilitare la vita dei cittadini, sotto una diversa prospettiva, l’attuazione di tale prerogativa significa contribuire alla interazione tra etica e regole affinché ciò possa effettivamente produrre un benessere alla collettività.
É ormai certo, anche se in un passato non troppo lontano la si riteneva una aberrazione, che la crisi non si supera attraverso i tagli allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca e, più in generale, alla cultura oppure ai servizi pubblici essenziali.
Meno che mai la si può affrontare risolutivamente attraverso un aumento del carico fiscale o di formalismi burocratici.
Le leggi sono regole a servizio del cittadino e in quanto tali devono essere chiare. La loro incomprensibilità ne determina non solo l’inefficacia ma il pericolo di accrescere il già notevole divario tra gli stessi e lo Stato.
La parolina magica che tutti invocano ma pochi applicano è “trasparenza” che vuol dire spiegare in modo chiaro le finalità di un provvedimento, qualunque esso sia, amministrativo o legislativo, e il processo utilizzato per attuarlo.
Solo in questo modo si può concretamente intervenire, cosa che ad oggi non è avvenuta, sulle cause strutturali della crisi.
D’altra parte non possiamo non considerare che l’Italia arranca nel confronto con gli altri paesi dell’Eurozona, la Germania in particolare, la cui politica espansiva di spesa pubblica non ha impedito un risparmio di 23,7 miliardi di euro a fronte del nostro indebitamento giunto sulla soglia dei 40 miliardi di euro.
Si può anche giustificare la differenza con un maggior pagamento di interessi sul debito pubblico, a conti fatti circa 20 miliardi di scarto, tuttavia il vero problema è che una mancata compiuta riforma di semplificazione e di trasparenza dei meccanismi di regolamentazione del nostro Paese impedisce che strutture potenzialmente virtuose, per tutte si consideri la Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana), rimangano invischiate in vicende correlate alla corruzione.