La grande illusione del Trattato di Roma – 30 marzo 2017 –

Nell’ormai lontano 25 marzo 1957 i sei rappresentanti degli Stati Europei riuniti nella Sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio a Roma non potevano certo supporre, nel momento in cui sottoscrivevano il Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea e quello che istituisce la Comunità Europea dell’Energia Atomica, che insieme al Trattato della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Parigi 1951) hanno fondato la Comunità Europea, che sessanta anni dopo, in occasione della loro celebrazione, sarebbe stato necessario predisporre delle misure di sicurezza al massimo livello non soltanto per il forte timore di attentati terroristici, bensì anche per fronteggiare le frange estremiste giunte nella nostra Capitale da tutta l’Europa per contestarne l’unità che ritengono sia alla base di molti se non tutti i problemi che affliggono il vecchio continente.

Fortunatamente tutto è andato bene, anche a riprova che i servizi di sicurezza italiana funzionano. Speriamo di poter dire la stessa cosa riguardo il merito dell’incontro che evidentemente dovrebbe avere avuto un contenuto più rilevante della formalistica dichiarata finalità celebrativa, anche se l’esito sarà verificabile nel tempo. D’altro canto è ormai opinione largamente condivisa che i trattati debbano essere revisionati profondamente a partire da quello di Maastricht del 7 febbraio 1993 che pur avendo dato origine all’Unione Europea non ha, nel concreto, determinato il passaggio dell’unione economica a quella politica, dando luogo all’assetto istituzionale comunitario che oggi conosciamo.

Tuttavia, un risultato, anche se amaro, è stato raggiunto, vale a dire la certificata consapevolezza che la nascita dell’Europa unita politicamente e culturalmente non è mai avvenuta.

Eppure un’intesa tra gli Stati europei con finalità pacifista, aveva affascinato studiosi delle scienze sociali ed economiche ed era condivisa dalla popolazione già molti anni prima della sottoscrizione del Trattato di Roma. Il punto di contrasto, al più, era rappresentato da contrapposte posizioni ideologiche e filosofiche di fondo, in quanto per alcuni l’accordo doveva essere essenzialmente economico e per altri imprescindibilmente politico.

Quest’ultima opzione pur essendo apparsa da subito preferibile non ha avuto seguito. Nondimeno un’autentica integrazione tra Stati non può prescindere da un patto fondativo che, nel rispetto delle peculiarità culturali di ognuno, miri ad una comunanza di valori, di ideali, esattamente come è avvenuto per la nascita delle Costituzioni del secondo dopoguerra.

Anche la nostra, quella cioè di un Paese pre-unitario diviso culturalmente e distinto dalle tradizioni del Sud e del Nord, ha sofferto e in parte possiamo dire ancora subisce, questa condizione.

Ma la ragione dell’insuccesso di una effettiva Unione Europea è rappresentata da una verità tanto semplice quanto scomoda, ovvero che la costruzione dell’Europa unita è avvenuta su un progetto americano; un’ideologia ben diversa da quella dei pensatori europeisti e piuttosto rispondente a una strategia internazionale che negli anni disperati della ricostruzione dopo gli orrori e le distruzioni della guerra, era funzionale alla realizzazione di una potenza intermedia tra gli Stati Uniti e i temuti paesi del blocco sovietico.

Per maggiore chiarezza va anche detto che i paese europei non avevano altra scelta poiché per gli americani il processo di unificazione non poteva che fondarsi sul principio del libero mercato, essendo in loro radicata la convinzione espressa da Robert Schuman nella famosa Dichiarazione del 9 marzo 1950, ovvero che la pace nel mondo poteva essere garantita solo dalla “fusione di interessi necessari alla instaurazione di una comunità economica”.

Su tale presupposto, ma sarebbe meglio dire condizione di unificazione, vennero concessi aiuti per la ricostruzione dei paesi europei in base al Piano Marshall.

Pertanto, una vera unificazione europea nella quale l’integrazione politica fosse considerata presupposto fondamentale, non vi è mai stata o quantomeno non si è ancora realizzata.

È tempo quindi che il ragionamento venga rovesciato e che l’integrazione economica sia funzionale al progetto politico e non viceversa.