La felicità è una condizione estemporanea che ogni essere umano può attraversare in momenti particolarmente favorevoli della propria vita. Per quanto fluida, si tratta di un’occasione irrinunciabile e perseguibile da tutti, cosicché è obbligo degli stati rimuovere gli ostacoli che potrebbero impedirla.
È questo il senso della giornata mondiale della felicità indetta dall’ONU e celebrata alcuni giorni fa, esattamente il 20 marzo scorso, con l’obiettivo di stimolare i 196 paesi del mondo a rendere i propri cittadini felici migliorando le loro condizioni sociali, economiche e, forse principalmente, di salute e benessere.
Le valutazioni e misurazioni di tali presupposti hanno costituito la base di calcolo della stilata classifica mondiale nella quale, quest’anno, l’Italia è in una posizione tutt’altro che esaltante essendo stata collocata al cinquantesimo posto.
Certo le classifiche e più in generale le indagini statistiche, sono variabili e, talvolta, la formulazione di un quesito utilizzando parole e punteggiatura diverse anche se sostanzialmente identico ad altro, può dar luogo a risposte differenti.
La questione, quindi, non è scalare le classifiche di gradimento, ammesso e non concesso che ciò possa costituire un diversivo utile alla collettività, quanto piuttosto cogliere l’occasione del dibattito che, come si è visto ha suscitato molta eco, per interrogarsi sull’essenza del concetto di felicità che evidentemente deve travalicare lo stretto interesse personale per spingersi verso quello del genere umano. Si tratta di un’operazione soltanto apparentemente altruista in quanto non c’è maggior egoista di colui che, occupandosi della felicità degli altri, sa quanti benefici in proprio da ciò può trarre.
Il punto di partenza è la enucleazione del concetto di felicità della cui complessità non si può dubitare se si considera che nonostante sullo stesso siano stati scritti fiumi di trattati, da Epicuro in poi, non si è ancora giunti ad una sua definizione universalmente condivisa.
Al contempo, possiamo fondatamente supporre che chi ritiene che la felicità consista nel versare in uno stato d’animo permanentemente privo di dubbi, depressione, dolore, sia affetto da stupidità assoluta.
Inoltre, neanche la ricchezza fa la felicità.
Diversamente non si spiegherebbe per quale ragione ai primi posti della classifica dei Paesi più felici al mondo, figuri, il Bhutan, una nazione di circa 800.000 abitanti tra il Tibet e l’India con a capo un re trentasettenne di formazione Oxfordiana, che è riuscita a guadagnarsi la prestigiosa collocazione coniugando al meglio il rispetto per l’ambiente con la prosperità economica e la felicità profonda.
Impressionano i dati relativi alla equa distribuzione della ricchezza, alla pressoché inesistenza di indigenti e l’accesso gratuito per il 90% della popolazione alla istruzione e sanità pubblica.
In definitiva, e al netto di ogni possibile ironia occidentale, questa piccola monarchia costituzionale non ha puntato sul Pil (prodotto interno lordo) bensì sulla Fil (felicità interna lorda) la cui valutazione viene fatta in base alla qualità dell’aria, alla salute dei cittadini oltre che all’istruzione e ai rapporti sociali intessuti dagli stessi. Inoltre, restando nel solco dell’analisi del concetto, è opportuno chiedersi se l’affannosa ricerca della felicità ci abbia nel tempo indotti alla sua esaltazione a tal punto da declinarla come un vero e proprio diritto, circostanza che, ove accertata, potrebbe essa stessa costituire paradossalmente motivo di infelicità.
Sia ben presente che la Dichiarazione universale degli Stati Uniti del 4 luglio 1776, il documento che ne sancì la nascita e l’indipendenza, prevede che “a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”. Ma il diritto contemplato in questo principio, non è relativo alla felicità in sé, bensì alla possibilità di raggiungerla.
C’è da sperare che l’anno prossimo, semmai si decidesse nuovamente di ripetere l’iniziativa, si possa dare un senso diverso alla stessa, non limitandosi ad elencare gli astratti fattori propulsivi della felicità, ma promuovendo accanto alle tutele utili a rimuovere ogni ostacolo che ne impedisca il suo possibile conseguimento, anche l’idea che la sua conquista è nelle nostre mani.